Avere dai 60 ai 84 anni e vivere in aree marginali: chi si prende cura di chi si prende cura?

11.10.2026

Genitori molto anziani, figli adulti, nipoti, lavoro e salute personale. Nelle aree interne una generazione sostiene spesso una parte fondamentale del sistema familiare di assistenza. Ma chi sostiene questa generazione? Una proposta per costruire un Welfare Territoriale della Cura.

A 62 ANNI, QUANTE RESPONSABILITÀ ABBIAMO?

Continuiamo il nostro viaggio attraverso le diverse età della vita nei territori marginali. Questa volta abbiamo 62 anni. Magari lavoriamo ancora. Abbiamo figli ormai adulti. Forse qualche nipote da aiutare. E abbiamo un padre o una madre di 85 o 90 anni che vive ancora nella propria casa. Immaginiamo una giornata qualsiasi. 

La mattina al lavoro. Una telefonata: mamma ha finito un farmaco. Bisogna passare in farmacia. Domani papà ha una visita medica. Chi lo accompagna? Nel pomeriggio c'è il nipote da recuperare. Poi la spesa. Una pratica amministrativa che il genitore anziano non riesce più a gestire online. E nel frattempo bisognerebbe trovare anche il tempo per occuparsi della propria salute.

LAVORO → GENITORI → NIPOTI → FARMACIA → VISITE → SPESA → CASA.

In un piccolo paese, magari con le persone distribuite tra frazioni diverse, ogni passaggio significa anche spostarsi. Ancora una volta, il problema non è necessariamente un singolo servizio che manca. È LA SOMMA DEI CARICHI. E soprattutto è il fatto che questi carichi ricadono spesso sulle stesse persone.

LA GENERAZIONE SANDWICH: IN MEZZO A TRE GENERAZIONI

Tra i 60 e i 74 anni molte persone attraversano una fase particolare della propria vita. Alcune sono ancora occupate. Altre sono appena andate in pensione. Molte mantengono un ruolo fondamentale nell'organizzazione familiare. Assistono genitori molto anziani, sostengono figli adulti e contribuiscono alla cura dei nipoti. È una condizione che può essere descritta attraverso il concetto di generazione sandwich: persone collocate tra responsabilità di cura rivolte contemporaneamente verso generazioni differenti. 

Ma nelle aree marginali questa condizione presenta una caratteristica aggiuntiva. La distanza moltiplica il lavoro di cura. Una visita medica non richiede soltanto il tempo della visita. Richiede prenotazione, organizzazione, accompagnamento, attesa e rientro. 

Un farmaco non richiede soltanto l'acquisto. Può richiedere una telefonata, una ricetta, uno spostamento e una consegna.

Una pratica amministrativa non richiede soltanto la compilazione di un modulo. Può richiedere credenziali digitali, documenti, appuntamenti e assistenza.

Così, anche un piccolo bisogno può trasformarsi in una sequenza di incombenze. E il familiare che assiste diventa contemporaneamente autista, organizzatore, intermediario digitale, accompagnatore e punto di riferimento. Spesso senza che questo lavoro venga riconosciuto.

IL LAVORO DI CURA CHE NON COMPARE NELLE STATISTICHE LOCALI

Proviamo a porci alcune domande. Quante ore alla settimana una persona dedica all'assistenza di un familiare? Quanti chilometri percorre? Quante giornate di lavoro deve interrompere? Quante visite mediche richiedono necessariamente un accompagnatore? Quante incombenze amministrative gestisce per conto di altri? Quante volte deve rinunciare a un'attività personale? Quanti problemi risolve con telefonate, messaggi e appuntamenti?

E soprattutto:

QUANTO LAVORO DI CURA RIMANE OGGI INVISIBILE?

Non basta sapere quanti anziani vivono soli in un territorio. Dobbiamo capire anche quante persone rendono concretamente possibile quella permanenza nelle proprie case. Dietro un anziano che continua a vivere autonomamente nel proprio paese può esserci una figlia che arriva ogni sera dal Comune vicino.

Un figlio che utilizza ferie e permessi per accompagnarlo alle visite. Una persona pensionata che rinuncia a una parte consistente del proprio tempo. Un vicino che porta la spesa. Una rete di aiuti informali che funziona finché qualcuno riesce a sostenerla. Questo patrimonio di solidarietà è prezioso. Ma non possiamo costruire il welfare di un territorio dando per scontato che sia inesauribile.

PRIMA SOLUZIONE: LA MAPPA TERRITORIALE DEL CARICO DI CURA

Anche in questa fase della vita partirei dall'osservazione concreta. Proporrei di costruire una Mappa Territoriale del Carico di Cura. Non soltanto una mappa dei servizi sanitari e sociali. Una rappresentazione dei bisogni, degli spostamenti e del lavoro organizzativo sostenuto dalle famiglie. Attraverso interviste volontarie, questionari e incontri con caregiver, servizi sociali, associazioni e operatori territoriali, potremmo ricostruire:

  • il tempo dedicato settimanalmente all'assistenza;

  • gli spostamenti necessari;

  • le prestazioni domiciliari già disponibili;

  • le difficoltà di accesso ai servizi;

  • le attività che potrebbero essere coordinate;

  • le situazioni nelle quali il caregiver non dispone di sostituzioni;

  • le esigenze di salute e riposo di chi assiste.

Naturalmente, la raccolta dovrebbe avvenire rispettando la riservatezza e senza trasformarsi in un ulteriore adempimento per le famiglie. L'obiettivo è individuare i punti nei quali un piccolo intervento organizzativo potrebbe produrre un beneficio significativo. 

Per esempio, una consegna coordinata dei farmaci in tre frazioni. Un trasporto sociale condiviso verso un ambulatorio. Un servizio di accompagnamento amministrativo. Oppure alcune ore di sollievo domiciliare per permettere al caregiver di occuparsi di sé. Non partiamo dai servizi da inventare. Partiamo dai carichi che possiamo alleggerire.

SECONDA SOLUZIONE: LO SPORTELLO DEL CAREGIVER TERRITORIALE

La proposta principale è costruire uno Sportello del Caregiver Territoriale. Ma attenzione. Non immagino semplicemente un ufficio dove ritirare un dépliant o ricevere un elenco di numeri telefonici. Immagino un punto di accesso, fisico e digitale, capace di accompagnare le famiglie nella costruzione di risposte coordinate. Una persona potrebbe rivolgersi allo sportello e dire:

«Mio padre vive solo. Comincia ad avere bisogno di aiuto. Io lavoro e non riesco più a gestire tutto.»

Da quel momento non dovrebbe essere lasciata sola a cercare cinque soluzioni presso cinque soggetti differenti. Un operatore di riferimento potrebbe aiutarla a ricostruire i bisogni e a individuare le risposte disponibili. 

ASSISTENZA DOMICILIARE. 

Quali prestazioni possono arrivare direttamente a casa? Quali richiedono una valutazione dei servizi competenti?

MOBILITÀ. 

Come organizzare il trasporto per visite, terapie ed esigenze quotidiane?

FARMACI E SPESA. 

Quali consegne di prossimità sono possibili attraverso farmacie, esercizi commerciali e servizi autorizzati?

SERVIZI SOCIOSANITARI. 

Come accedere alle valutazioni, all'assistenza e ai percorsi di presa in carico?

PRATICHE AMMINISTRATIVE. 

Chi può aiutare nelle procedure digitali, nelle domande e negli appuntamenti, nel rispetto delle deleghe necessarie?

SOSTEGNO AL CAREGIVER. 

Quali servizi di sollievo, orientamento, formazione e supporto sono disponibili?

La funzione fondamentale sarebbe una sola:

NON LASCIARE ALLA FAMIGLIA TUTTO IL LAVORO DI COLLEGAMENTO.

Lo sportello dovrebbe operare in raccordo con i servizi sociali e sanitari competenti, senza sostituirsi alle valutazioni professionali o alle responsabilità istituzionali.

TERZA SOLUZIONE: UN PIANO TERRITORIALE DI CURA CONDIVISA

Lo sportello potrebbe diventare il punto di partenza per costruire, nelle situazioni più complesse, un Piano Territoriale di Cura Condivisa. Immaginiamo una persona di 88 anni che vive sola in una frazione. La figlia ha 63 anni, lavora ancora e abita a quindici chilometri di distanza. Oggi la figlia organizza quasi tutto. Con una rete coordinata, invece, si potrebbe verificare la possibilità di distribuire alcune attività.

Il lunedì, una consegna programmata di spesa e farmaci. Il martedì, un intervento domiciliare previsto dal percorso assistenziale. Il mercoledì, un trasporto sociale per una visita. Il giovedì, un contatto telefonico o una visita di prossimità. Il venerdì, un'attività di accompagnamento sociale o un momento di sollievo per la famiglia.

Naturalmente, il piano andrebbe costruito sulle condizioni della persona, sul suo consenso, sulle prestazioni effettivamente disponibili e sulle valutazioni dei professionisti. Non tutto può essere risolto con volontariato e organizzazione. Ma una parte del carico quotidiano può essere ridotta se qualcuno coordina le risposte.

La figlia continuerebbe a essere presente. Ma non dovrebbe più essere l'unico elemento che tiene insieme il sistema.

QUARTA SOLUZIONE: PORTARE I SERVIZI ALLE PERSONE

Nelle aree marginali siamo abituati a considerare normale che siano le persone a spostarsi per raggiungere i servizi. E se provassimo, quando possibile, a invertire questa logica?

Non sempre l'anziano deve raggiungere il servizio. In alcuni casi può essere il servizio ad avvicinarsi all'anziano. Possiamo immaginare:

  • consegne programmate di farmaci e beni essenziali;

  • sportelli amministrativi itineranti;

  • punti periodici di accesso ai servizi sociosanitari;

  • supporto digitale a domicilio o nelle frazioni;

  • servizi domiciliari coordinati tra Comuni;

  • trasporti sociali organizzati per bacini territoriali;

  • interventi di accompagnamento e socializzazione.

La scelta tra servizi mobili, domiciliari e concentrati dovrebbe dipendere dalle caratteristiche del territorio e dai bisogni reali. In alcuni casi sarà più efficiente organizzare un trasporto. In altri sarà più utile portare il servizio vicino alle persone.

La prossimità non significa necessariamente avere tutto sotto casa. Significa poter utilizzare ciò di cui si ha bisogno senza affrontare ostacoli sproporzionati.

QUINTA SOLUZIONE: IL DIRITTO AL SOLLIEVO DEL CAREGIVER

C'è un tema che merita un'attenzione particolare. Chi assiste un familiare può arrivare a considerare normale rinunciare progressivamente al proprio tempo. 

Prima si rinuncia a un'attività. Poi a un viaggio. Poi a una visita medica personale. Poi alle relazioni sociali. Fino a quando il caregiver rischia di diventare una persona che si occupa di tutti, tranne che di sé.

Per questo proporrei una Garanzia Territoriale di Sollievo, da costruire progressivamente attraverso i servizi competenti. Non un diritto già esistente e automaticamente garantito, ma un obiettivo concreto di politica territoriale.

Ogni caregiver con un carico assistenziale significativo dovrebbe poter conoscere e, secondo i criteri di accesso, utilizzare opportunità di sostituzione temporanea, sostegno e riposo. Potrebbero essere alcune ore programmate di assistenza sostitutiva. Un servizio diurno. Un intervento domiciliare aggiuntivo. Un percorso di supporto psicologico. Un'attività di prevenzione sanitaria. Oppure semplicemente la possibilità di mantenere un impegno personale senza mettere a rischio la cura del familiare. Perché il tempo libero del caregiver non è un lusso.

È una condizione per rendere sostenibile la cura nel tempo.

SESTA SOLUZIONE: IMPRESE, COMUNI E COMUNITÀ NELLA STESSA RETE

Molte persone tra i 60 e i 67 anni sono ancora occupate, e alcune continuano a lavorare anche oltre. Per loro la conciliazione tra lavoro e assistenza può diventare particolarmente complessa. Le imprese potrebbero contribuire attraverso accordi di flessibilità, quando compatibili con le mansioni, e strumenti di welfare aziendale orientati ai servizi territoriali.

I Comuni potrebbero favorire il coordinamento tra soggetti. I servizi sociali e sanitari manterrebbero le rispettive competenze. Le cooperative potrebbero erogare interventi professionali. Le farmacie e il commercio locale potrebbero partecipare a forme organizzate di prossimità. Le associazioni e il volontariato potrebbero sostenere le attività di accompagnamento sociale.

Tutti insieme potrebbero costruire un Patto Territoriale per i Caregiver.

Non una nuova struttura separata dalle altre. Un accordo operativo con responsabilità, risorse, procedure e obiettivi verificabili. Il passaggio decisivo è questo:

IL WELFARE NON DEVE ESSERE UNA SOMMA DI PRESTAZIONI. DEVE DIVENTARE UNA RETE CHE FUNZIONA.

COME POTREMMO SPERIMENTARLO?

Anche in questo caso partirei con un progetto pilota di sei mesi, coinvolgendo un piccolo gruppo di Comuni che condividono servizi e percorsi quotidiani.

1. ASCOLTARE. Individuare, attraverso adesione volontaria, un gruppo di caregiver e ricostruire le principali difficoltà.

2. MAPPARE. Rilevare servizi disponibili, orari, spostamenti, prestazioni domiciliari e bisogni non soddisfatti.

3. COORDINARE. Definire accordi operativi tra servizi sociali, sanitari, trasporto, farmacie e soggetti territoriali.

4. ATTIVARE. Sperimentare uno sportello di orientamento e alcune soluzioni mirate: accompagnamenti, consegne, aiuto digitale e opportunità di sollievo.

5. VALUTARE. Misurare il cambiamento per le famiglie e decidere quali interventi consolidare.

L'obiettivo non sarebbe costruire subito un sistema perfetto. Sarebbe verificare se una migliore organizzazione territoriale può alleggerire concretamente il lavoro di cura.

CAMBIAMO GLI INDICATORI: QUANTO CARICO ABBIAMO TOLTO ALLE FAMIGLIE?

Anche per questa fascia d'età dobbiamo cambiare il modo di misurare il successo delle politiche. Non soltanto:

«Quante ore di assistenza domiciliare abbiamo erogato?»

Ma:

QUANTE ORE DI CURA E DI ORGANIZZAZIONE ABBIAMO RESTITUITO ALLE FAMIGLIE?

Quanti viaggi sono stati evitati?

Quante giornate di lavoro non sono state interrotte?

Quante pratiche amministrative sono state risolte senza spostamenti inutili?

Quante persone anziane hanno potuto continuare a vivere nella propria casa in condizioni adeguate?

Quanti caregiver hanno potuto usufruire di momenti di sollievo?

Quante persone sono riuscite a dedicare più tempo alla propria salute?

Proporrei due indicatori complementari.

Indice del Carico Territoriale del Caregiver: tempo settimanale dedicato a spostamenti, assistenza e organizzazione della cura, distinguendo le diverse attività.

Ore di Sollievo Effettivo: tempo durante il quale il caregiver può essere realmente sollevato dalle responsabilità assistenziali grazie a un sostegno adeguato e affidabile.

Perché non tutte le ore di assistenza erogate si traducono automaticamente in tempo libero per il familiare. Una prestazione può essere utile all'anziano senza ridurre il carico organizzativo di chi lo assiste. Dobbiamo misurare entrambe le cose. La qualità della cura e la sostenibilità della cura.

DAI 60 AI 74 ANNI: LA PAROLA CHIAVE È SOLLIEVO

Nel nostro viaggio attraverso le diverse età della vita abbiamo incontrato bisogni differenti. Nei primi anni la prossimità. Poi la continuità educativa. Il tempo. L'autonomia. La socialità. Le opportunità. La possibilità di costruire un progetto di vita.

Tra i 30 e i 59 anni abbiamo introdotto il tema della conciliazione.

Tra i 60 e i 74 anni emerge con particolare forza un'altra parola:

SOLLIEVO.

Non significa sottrarre alle famiglie il valore delle relazioni e della solidarietà. Significa impedire che queste relazioni diventino un obbligo insostenibile. Significa riconoscere che anche chi assiste ha diritto a una vita. A una salute da proteggere. A relazioni personali. A occasioni di partecipazione. A tempo per sé.

NON POSSIAMO CHIEDERE ALLE FAMIGLIE DI SOSTITUIRE IL WELFARE

C'è un rischio che le politiche territoriali dovrebbero evitare. Considerare la permanenza degli anziani nelle proprie abitazioni un successo, senza domandarsi a quale costo questo risultato venga ottenuto.

Se un anziano può continuare a vivere nella propria casa soltanto perché una figlia rinuncia al lavoro, alla salute o a una parte importante della propria vita, non abbiamo necessariamente costruito un sistema di welfare sostenibile.

Abbiamo spostato una parte del problema sulla famiglia.

La Rigenerazione Territoriale Sistemica deve invece guardare all'intero sistema. Alla persona anziana. Ai suoi bisogni. Ai servizi. Alla mobilità. Alla comunità. Ma anche a chi accompagna, organizza, telefona, guida, acquista farmaci, gestisce pratiche e tiene insieme generazioni differenti.

Un territorio realmente abitabile non è soltanto quello nel quale gli anziani possono rimanere. È quello nel quale possono rimanere senza che il peso della loro assistenza comprometta la vita di chi li ama. E forse la conclusione più importante di questa tappa è proprio questa:

UN TERRITORIO CHE VUOLE PRENDERSI CURA DEI SUOI ANZIANI DEVE PRENDERSI CURA ANCHE DI CHI SI PRENDE CURA DI LORO.

Anche questa è Rigenerazione Territoriale Sistemica.

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