Ultimo Comunicato Stampa
Di seguito ultimo comunicato stampa con aggiornamenti di immagini (Agosto 2026)
Castel del Giudice, il paese che ha deciso di non morire
CASTEL DEL GIUDICE (Isernia) – Per capire Castel del Giudice bisogna partire da un cavallo.
Negli anni Novanta, nella località Tufi, alle porte di questo piccolo comune dell'Appennino molisano al confine con l'Abruzzo, delle vecchie stalle e dei fienili che per generazioni avevano accompagnato la vita agricola e pastorale del paese era rimasto ben poco. L'emigrazione, iniziata con forza negli anni Cinquanta, aveva progressivamente svuotato quegli spazi. Alla fine, racconta la storia locale, in quelle stalle era rimasto un solo cavallo.
Sembrava una delle tante immagini dell'Italia interna: edifici senza più funzione, terreni abbandonati, giovani partiti, popolazione sempre più anziana.
Castel del Giudice avrebbe potuto accettare quel destino. Ha scelto di fare il contrario.
La prima scommessa: trasformare l'abbandono in un patrimonio
All'inizio degli anni Duemila prende forma una scelta che, vista oggi, contiene già buona parte della filosofia che accompagnerà il paese negli anni successivi.
Il sindaco Lino Gentile coinvolge alcuni imprenditori legati al territorio. Enrico e Gianfranco Ricci ed Ermanno D'Andrea decidono di partecipare alla scommessa insieme al Comune.
L'idea non è demolire ciò che resta della vecchia economia rurale per costruire qualcosa di completamente nuovo. È dare una funzione nuova a ciò che il paese possiede già.
Le stalle e i fienili vengono recuperati rispettandone materiali, forme e identità. Nasce così Borgotufi, albergo diffuso realizzato attraverso il recupero del vecchio nucleo rurale.
Dove c'erano edifici destinati all'abbandono arrivano camere, servizi, ristorazione e lavoro. Il vecchio borgo rurale diventa progressivamente una struttura ricettiva composta da decine di casette in pietra.
Non è soltanto un'operazione immobiliare. È il primo segnale di un metodo: considerare ciò che appare marginale non come uno scarto, ma come una risorsa potenziale.
Poi arrivano le mele
Lo stesso principio viene applicato alla terra. Anche alcuni terreni agricoli erano ormai inutilizzati. Comune, cittadini e imprenditori decidono di recuperarli attraverso una nuova produzione agricola. Nasce l'esperienza di Melise, legata alla coltivazione biologica delle mele.
Turismo e agricoltura cominciano così a dialogare. Il paesaggio torna ad avere una funzione produttiva; i terreni recuperati contribuiscono all'identità del paese e l'agricoltura diventa parte del racconto contemporaneo di Castel del Giudice. È un passaggio importante perché la rigenerazione comincia ad allargarsi.
Non riguarda più soltanto gli edifici. Riguarda l'economia.
Un paese come laboratorio
Negli anni Castel del Giudice consolida questa impostazione attraverso progetti culturali, imprenditoriali e sociali e attraverso collaborazioni con università, fondazioni e altre comunità delle aree interne. Il piccolo comune molisano diventa progressivamente un luogo nel quale sperimentare una domanda che riguarda migliaia di paesi italiani: che cosa significa vivere oggi in un'area interna?
Non basta restaurare le case. Non basta portare turisti durante l'estate. E non basta nemmeno creare qualche nuova attività economica se intorno vengono meno servizi, relazioni sociali, mobilità e opportunità. La questione decisiva rimane quella demografica.
A gennaio 2026 ANSA descrive Castel del Giudice come un paese di appena 305 abitanti. È qui che emerge il paradosso. Un territorio può recuperare edifici, creare un albergo diffuso, rilanciare terreni agricoli, ospitare iniziative culturali e costruire una reputazione nazionale. Ma se continua a perdere abitanti, la rigenerazione resta incompleta.
Dalle pietre alle persone
È da questa consapevolezza che nel 2026 prende forma una nuova fase. Si chiama "Ri-Abitare Castel del Giudice". L'obiettivo dichiarato è duplice: creare le condizioni affinché chi vive nel paese possa continuare a farlo e, contemporaneamente, rendere possibile l'arrivo di nuovi abitanti. Non semplicemente visitatori. Abitanti. Famiglie, lavoratori, professionisti, persone capaci di portare competenze e attività economiche ma anche di entrare nella comunità.
Il percorso parte il 31 gennaio con incontri aperti alla popolazione. Al centro non ci sono soltanto le case disponibili, ma domande molto più concrete: lavoro, economia locale, servizi, relazioni sociali, associazionismo, appartenenza e capacità della comunità di accogliere persone nuove senza perdere la propria identità.
È un cambio di prospettiva. Per anni molti piccoli comuni italiani hanno cercato soprattutto di diventare luoghi più attrattivi da visitare. Castel del Giudice prova ora a capire come diventare un luogo nel quale sia nuovamente possibile vivere.
Non basta trovare una casa
È forse questo l'aspetto più interessante dell'esperimento molisano. Lo spopolamento viene trattato come un problema sistemico. Una famiglia può trovare una casa bellissima a un prezzo accessibile. Ma se manca il lavoro, probabilmente non arriverà. Può esserci il lavoro, ma senza servizi adeguati una famiglia con bambini potrebbe non restare. Possono esserci casa, lavoro e connessione digitale, ma se chi arriva rimane estraneo alla comunità, il trasferimento può trasformarsi in una parentesi. E, al contrario, un paese può essere accogliente ma non avere opportunità economiche sufficienti. Per questo il tema non è semplicemente portare persone in montagna. È costruire le condizioni perché possano restarci.
Il 2050 comincia adesso
Nell'agosto 2026 Castel del Giudice compie un ulteriore passo e presenta il Manifesto per la Rigenerazione Appenninica, collegando esplicitamente il proprio percorso a una prospettiva di lungo periodo: Castel del Giudice 2050. Il principio viene sintetizzato attraverso due esigenze che raramente vengono messe sullo stesso piano: il diritto di restare di chi già abita questi territori e il desiderio di arrivare di chi potrebbe sceglierli come nuova casa. Per tradurre l'idea in azioni vengono individuati tre cantieri: Demografia, Economia e Servizi.
Il primo riguarda l'accoglienza e la permanenza dei nuovi abitanti.
Il secondo la costruzione di economie capaci di combinare attività locali, nuove competenze e lavoro a distanza.
Il terzo affronta uno dei problemi decisivi delle aree interne: rendere disponibili servizi e forme di welfare compatibili con territori piccoli e dispersi.
La rigenerazione cambia ancora scala. Prima gli edifici. Poi i terreni. Poi le attività. Adesso le persone e le funzioni che rendono vivo un territorio.
Il rischio della "cartolina"
È anche il punto nel quale Castel del Giudice affronta una contraddizione comune a molti borghi italiani. Un paese restaurato può diventare bellissimo e contemporaneamente perdere abitanti. Può riempirsi nei fine settimana e svuotarsi il lunedì mattina. Può avere migliaia di fotografie sui social e sempre meno bambini. La rigenerazione fisica, da sola, non garantisce la rigenerazione sociale.
È probabilmente questa la lezione più interessante maturata nell'esperienza di Castel del Giudice.
Il turismo può essere una componente dello sviluppo, ma non può sostituire una comunità. L'obiettivo finale non può essere avere soltanto più visitatori. Deve essere avere più vita.
Una rete oltre i confini del paese
Nel frattempo Castel del Giudice ha iniziato a confrontarsi con altri territori e con il mondo della ricerca. Nel 2026 il paese ha ospitato iniziative sulle esperienze di ripopolamento e, nell'ambito del progetto "Centro di (ri)Generazione dell'Appennino", è entrato in relazione con università, fondazioni, amministratori e progetti provenienti da altre aree interne italiane.
A giugno, con Re-Coding Villages, Castel del Giudice e Gagliano Aterno hanno ospitato ricercatori e operatori per discutere di abitare accessibile, partecipazione e neopopolamento.
Il piccolo comune diventa così non soltanto il luogo nel quale realizzare progetti, ma uno spazio nel quale studiare i problemi delle aree interne e sperimentare possibili risposte.
La domanda che riguarda tutta l'Italia
Sarebbe prematuro presentare Castel del Giudice come la soluzione allo spopolamento. Nessun paese di poche centinaia di abitanti può esserlo.
E la vera verifica arriverà soltanto nel tempo: dal numero di persone che sceglieranno effettivamente di trasferirsi, dalle attività economiche che nasceranno, dalla capacità dei nuovi arrivati di rimanere e da quella della comunità di integrare il cambiamento.
Ma proprio qui sta l'interesse nazionale della storia. Castel del Giudice non promette di aver risolto il problema. Sta provando a cambiare la domanda. Per decenni ci siamo chiesti come impedire ai piccoli paesi di morire. Forse la domanda oggi dovrebbe essere un'altra:
quali condizioni dobbiamo costruire perché qualcuno possa scegliere di viverci?
A Castel del Giudice la risposta è cominciata più di vent'anni fa recuperando delle vecchie stalle. Poi sono arrivati un albergo diffuso, i meleti, nuove attività, progetti culturali, reti e sperimentazioni.
Oggi il paese prova a compiere il passaggio più difficile: trasformare la rigenerazione dei luoghi nella rigenerazione della comunità. Dalle pietre alle persone.
E forse è proprio in questa transizione che un paese di poco più di trecento abitanti, nascosto nell'Appennino molisano, può diventare interessante per un'Italia che conta migliaia di piccoli comuni alle prese con la stessa domanda.
Come si torna ad abitare un paese che sembrava destinato a svuotarsi?
Castel del Giudice non ha ancora la risposta definitiva. Ma ha deciso, da tempo, di cercarla. E' questo il primo passo!
Sono disponibili per le redazioni:
Oltre 50 immagini; video in diversi formati; dossier sui più recenti progetti realizzati; scheda sintetica di approfondimento; documentazione relativa agli ultimi vent'anni di rigenerazione di Castel del Giudice.
